17/06/2010

Anna Banti: Lo sguardo di Orfeo

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Anna Banti: Lo sguardo di Orfeo

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A un certo punto, quando il desiderio e la mancanza avevano oramai ceduto il posto al rimpianto di tutto quell’amore, ho pensato allo sguardo di Orfeo.

Questo è un buon inizio ho pensato. Appena arrivo a casa lo scrivo, che poi lo dimentico, come un sacco di altre volte, altri inizi rimasti solo aria, e un buon inizio invece è già metà dell’opera. E’ difficile poi trovare un buon inizio, e quando ce l’hai è come se ti desse la strada. Poi io questo veramente non lo so, perché appunto sono rimasti sempre aria, ma così mi sembra, è una sensazione che ho da sempre, sin da quando ero bambina, che poi ho pensato di non aver mai concluso niente, di non aver mai fatto l’opera, perché mi ero sempre persa tutti quegli inizi.

Non scrivevo mai gli inizi perché ero troppo preoccupata di dover stare attenta a tutto quello che accadeva intorno, a tenerlo in ordine, a bada, che continuamente si disfaceva, si sporcava, invecchiava, cambiava. E io dovevo rimettere tutto a posto, capire tutto e capire come fare a fare rivivere, a fare ringiovanire, a fare tornare tutto come prima. C’erano cose importanti da fare, per gli inizi invece c’era sempre tempo, tutto il resto era più importante, era l’importante.

Mia nonna si chiamava Regina e era sorda. Portava sul seno una scatoletta metallica con le pile dentro, collegata con dei cavi a una frontierina di raso nero che terminava con delle palline di bachelite color panna che finivano dietro le orecchie e servivano da auricolari. Però portava questo suo ornamento, questo suo altro regale, solo dalle sette di sera fino all’ora di andare a dormire, nel tempo della sua giornata dedicato al mondo degli altri, la partita a scopa con le sorelle, con Lina, con Rina e con Lella. Durante il giorno, dall’alba al tramonto, stava al mondo a modo suo, in suo speciale silenzio, stava in una sua stanza piena di pezze, abiti vecchi, scarpe vecchie, nastri vecchi, fasce, veli, bottoni, infiniti bottoni colorati, gioiellini di plastica, di latta di ferro di rame e pietruzze colorate, tutto vecchio, tutto scovato sulle bancarelle dei mercati più infimi o colto dopo aver a lungo rovistato tra sacchi abbandonati per le strade. Faceva e disfaceva vestiti e cappelli e giacche e gonne e sottovesti, o combinazioni come diceva lei. E nemmeno una volta aveva fatto un vestito di bambola per me, che quelle erano sciocchezze e lei non le sapeva fare. Per fare colazione mi dava il latte in polvere, quello della guerra. Lo mescolava con un cucchiaino di plastica trasparente e spessa finché alla fine la polvere si scioglieva e poi aggiungeva del caffé vecchio e conservato nel frigo. Il sapore era soprattutto quello del cucchiaino. Per sentire il campanello del portone usava gli occhi che le bastavano per vedere una lampadina collegata allo squillo e per parlare con me usava le mani e pochi gesti, poco e di rado, solo quando c’era proprio qualcosa da dire, acqua, fame. Al tramonto mi portava a cavalluccio, sulla schiena, in giro per la stanza da letto, dalla culla dove io dormivo ancora a sette o otto anni, non c’era del resto altro posto dove io potessi dormire, al suo lettone da dove potevo frugare nel cassetto del suo comodino pieno di pile scariche, di frontini e retine per capelli, mentre lei cominciava a trasformarsi, il busto, la sottoveste, il petroleum nei capelli, bianchi lucidi e grigi, morbidi, trattenuti in una retina, il suo frontino di raso tra la retina e l’onda bianca dei capelli sulla fronte, e poi la scatoletta all’orlo del busto pure di raso, rosa o bianco. Dopo una metodica ricerca di pile funzionanti, due colpetti di dita per provare il sonoro su questo piccolo cuore metallico tra i seni, e poi mi faceva il tamburo battendo con le mani sulla pancia chiusa nel busto, la sottoveste, la blusa di seta, la gonna , gli orecchini, gli anelli, le catenelle e il bracciale, il soprabito e il cappellino con la veletta, il profumo lieve e penetrante. Quando uscivamo dalla sua stanza mia nonna Regina era una sottile ed elegante anziana ragazza.

17:57 Scritto da mangano1 in Mi ricordo che | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

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