Giuseppe Bailone, Locke : la tolleranza

Locke: la tolleranza

 
giardino cecov.jpeg
Nel 1685, in Olanda, Locke scrive in latino la sua opera fondamentale e definitiva sulla questione della libertà religiosa: la Lettera sulla tolleranza.

Essa è incardinata sull’idea che la tolleranza sia il carattere proprio del cristianesimo, “il più importante segno di riconoscimento di una vera Chiesa”.

A chi accampa il primato della verità per resistere alla proposta della tolleranza, Locke oppone la fondazione della tolleranza sulla verità stessa del cristianesimo: non sono l’indifferenza né lo scetticismo a promuovere la tolleranza religiosa, è la natura più propria del messaggio evangelico.

“Gli uni possono vantarsi dell’antichità dei loro luoghi di culto e dei nomi di cui si fregiano o dello splendore del culto, altri di una dottrina riformata, tutti infine dell’ortodossia della loro fede (ché ciascuno è ortodosso per se stesso); ebbene tutte queste cose, e altre del genere, possono essere segni che gli uomini si disputano il potere e l’autorità, più che segni della Chiesa di Cristo. Chi possiede tutte queste cose, ma è privo di carità, di mansuetudine, di benevolenza verso tutti indistintamente, non solo se si professano cristiani, non è ancora un cristiano”.[1]

Come Spinoza, Locke pensa che “l’interesse della vera religione” sia quello di “regolare la vita umana con rettitudine e pietà”. E questo a maggior ragione se si è cristiani: “Se infatti dobbiamo dar retta al Vangelo e agli apostoli, nessuno può essere cristiano senza carità e senza la fede che opera attraverso l’amore, non con la forza”.[2]

“Che qualcuno voglia che l’anima, la cui salvezza ardentemente desidera, spiri, anche prima della conversione, attraverso le torture, ebbene questo francamente mi stupisce e stupirà, credo, altri con me; ma è un comportamento tale, tuttavia, che nessuno crederà mai che esso possa derivare dall’amore, dalla benevolenza, dalla carità. […] Se, come la guida della nostra salvezza, desiderassero sinceramente la salvezza delle anime, seguirebbero le sue orme e l’ottimo esempio del principe della pace, che inviò i suoi seguaci a soggiogare le genti e a spingerle nella Chiesa, armati non con il ferro o con la spada o con la forza, ma del Vangelo, dell’annuncio della pace, della santità dei costumi e dell’esempio”.[3]

Non solo: al fondamento del Vangelo Locke associa quello della ragione.

“La tolleranza di quelli che hanno opinioni diverse è così consona al Vangelo e alla ragione, che sembra mostruoso che gli uomini siano ciechi in una luce così chiara”.[4]

E la ragione insegna a distinguere la Chiesa dallo Stato.

“Io penso che prima di tutto si debba distinguere l’interesse della società civile e quello della religione, e che si debbano stabilire i giusti confini tra la Chiesa e lo Stato. Se non si fa questo, non si può risolvere nessun conflitto tra coloro che hanno effettivamente a cuore, o fanno finta di avere a cuore, la salvezza dell’anima o quella dello Stato”.[5]

Lo Stato non può e non deve occuparsi della salvezza delle anime, che costituisce l’interesse primo e fondamentale della religione e della Chiesa.

“La cura delle anime non può appartenere al magistrato civile, perché tutto il suo potere consiste nella costrizione. Ma la religione vera e salutare consiste nella fede interna dell’anima, senza la quale nulla ha valore presso Dio. La natura dell’intelligenza umana è tale che non può essere costretta da nessuna forza esterna. Si confischino i beni, si tormenti il corpo con il carcere o la tortura: tutto sarà vano, se con questi supplizi si vuole mutare il giudizio della mente sulle cose. […] Il potere civile non deve prescrivere articoli di fede o dogmi o modi di culto divino con la legge civile. Infatti, la forza delle leggi vien meno, se alle leggi non si aggiungono le pene; ma se si aggiungono le pene, esse in questo caso sono inefficaci e ben poco adatte a persuadere. Se qualcuno vuole accogliere qualche dogma o praticare qualche culto per salvare la propria anima, deve credere con tutto il suo animo che quel dogma è vero e che il culto sarà gradito e accetto a Dio; ma nessuna pena è in nessun modo in grado di istillare nell’anima una convinzione di questo genere. Occorre luce perché muti una credenza dell’anima; e la luce non può essere data in nessun modo da una pena inflitta al corpo”.[6]

Lo Stato ha il fine di “conservare e promuovere soltanto i beni civili” (cioè “la vita, la libertà, l’integrità del corpo, la sua immunità dal dolore, i possessi delle cose esterne, come la terra, il denaro, le suppellettili ecc.”) e fa uso delle leggi e della forza coercitiva a loro sostegno; la Chiesa è “una società libera e volontaria” di gente che si riunisce “per onorare pubblicamente Dio” e salvarsi l’anima.

Diversi i fini e diversi i mezzi per realizzarli.

“Nessuno nasce membro di una Chiesa, altrimenti la religione del padre e degli avi perverrebbe a ogni uomo per diritto ereditario, insieme con le proprietà, e ciascuno dovrebbe la propria fede ai propri natali: non si può pensare nulla di più assurdo di questo. Le cose pertanto stanno a questo modo. L’uomo, che per natura non è costretto a far parte di alcuna Chiesa, né legato ad alcuna setta, entra spontaneamente nella società nella quale crede di aver trovato la vera religione e il culto gradito a Dio. La speranza di salvezza che vi trova, come è l’unica ragione per entrare nella Chiesa, così è anche il criterio per rimanervi. Se scoprirà qualcosa di erroneo nella dottrina o di incongruo nel culto, dovrà sempre essergli aperta la possibilità di uscire dalla Chiesa, con la stessa libertà con cui vi era entrato”.[7]

Anche la Chiesa, però, in quanto società, per quanto libera e volontaria, deve darsi delle leggi se non vuole “dissolversi immediatamente” e i suoi membri devono rispettarle. Il potere di fare leggi e di imporne il rispetto risiede, però, nella società stessa e non in un clero che derivi il suo potere “dagli apostoli per successione continua e mai interrotta”.

“Chiedo che mi si mostri il decreto in cui Cristo ha posto questa legge per la sua Chiesa; e non avanzerò una pretesa inutile se chiederò che in una questione di tanta importanza mi si presentino delle parole precise. Esattamente il contrario sembra suggerire il passo: «Dovunque due o tre persone si radunano in mio nome, ivi io sarò in mezzo a loro (Matteo XVIII, 20)». Si consideri un po’ se a una riunione in mezzo alla quale è presente Cristo manchi qualcosa per essere una vera Chiesa. Certo non può mancare nulla per il raggiungimento della salvezza; che è quanto ci basta”.[8]

Il clericalismo alimenta conflitti fra i presunti eredi del potere del fondatore, che minano il prestigio dei “reggitori” e favoriscono libere scelte individuali.

“Si osservi, per favore, quanto fin dal principio abbiano sempre dissentito tra loro quelli che pretendono che i reggitori delle Chiesa siano stati istituiti da Cristo e che il loro potere debba essere tramandato per successione. Ma proprio questa contesa ci offre necessariamente la libertà di scelta, cioè lascia a ciascuno il diritto di entrare nella Chiesa che preferisce”.[9]

Ogni Chiesa ha diritto di scomunicare “chi, pur ammonito, si ostina a peccare” contro le sue leggi. “Tuttavia bisogna badare che al decreto di scomunica non si accompagni insulto verbale o violenza di fatto, che procuri in qualsiasi modo un danno al corpo o ai beni di colui che è cacciato. Infatti tutta la forza (come si è detto) appartiene al magistrato e a nessun privato è lecito farne uso, se non per respingere la forza usata contro di lui. La scomunica non priva e non può privare lo scomunicato di nessuno dei beni civili o dei beni che egli possedeva privatamente”.[10]

Il potere politico non può intervenire a favore o contro verità religiose o pratiche di culto, se in esse non vi sia qualcosa di dannoso per lo Stato, per la vita o i beni altrui.

Non è compito del magistrato punire il peccato, neppure l’idolatria.

“Nessun uomo deve essere privato dei suoi beni terreni a causa della religione; perciò neppure gli americani, soggetti a un principe cristiano, debbono essere spogliati della vita o dei beni, perché non abbracciano la religione cristiana. Se, con i patri riti, credono di piacere a Dio e di salvarsi, debbono essere lasciati a se stessi e a Dio”.[11]

Nell’antico Stato ebraico, teocratico, non c’era distinzione tra Chiesa e Stato, ma il cristianesimo non è compatibile con la teocrazia.

“Sotto il Vangelo non c’è assolutamente nessuno Stato cristiano. Ci sono molti regni e repubbliche, lo riconosco, che hanno accettato la fede cristiana, pur mantenendo e conservando la vecchia forma di governo, sulla quale Cristo non ha stabilito nulla con la sua legge. Egli insegnò con quale fede e con quali costumi i singoli devono ottenere la vita eterna; ma non istituì nessuno Stato, non introdusse nessuna nuova forma di convivenza politica, speciale per il suo popolo, non armò nessun magistrato di una spada con cui costringere gli uomini alla fede e al culto che propose ai suoi seguaci, o con cui allontanarli da un’altra religione”.[12]

La verità del cristianesimo non ha bisogno di essere difesa dallo Stato.

“Le leggi non proteggono le verità delle opinioni, bensì la sicurezza e l’incolumità dei beni di ogni cittadino e della società nel suo complesso. Né certo di questo ci si deve lamentare. Si tratterebbe già bene la verità lasciandola una buona volta provvedere a se stessa. Poco aiuto essa ha ricevuto e potrebbe mai ricevere dai potenti. Essa non ha bisogno della forza per trovare la via dello spirito umano, né è insegnata dalla voce delle leggi. Sono gli errori che regnano con aiuti estranei e presi a prestito. La verità, se non conquista l’intelligenza con la propria luce, non può farlo con l’aiuto di una forza estranea”.[13]

Libertà religiosa e di culto, dunque, e con un solo limite: “Il magistrato non deve tollerare nessuna credenza avversa e contraria alla società umana e ai buoni costumi necessari per conservare la società civile”.[14] Ma si tratta di casi rari, perché “nessuna setta suole arrivare a un grado di pazzia tale, da insegnare come dogmi religiosi quelle cose che minano evidentemente i fondamenti della società e, perciò, sono oggetto di condanna unanime”.

Attenzione, però, ai cattolici!

Locke non li nomina in questo scritto, ma ne parla come di “coloro che riservano per sé  e per i membri della propria setta una qualche prerogativa contraria al diritto civile, celata con opportuni involucri di parole, destinate a gettar fumo negli occhi”; che “insegnano che non si deve rispettare la parola data agli eretici”; che sostengono il “diritto di cacciare dal trono i re scomunicati” (Pio V invocò questa dottrina, enunciata da Tommaso d’Aquino, nel 1570, nella bolla Regnans in Excelsis per proclamare la deposizione di Elisabetta I. Nel 1580 Gregorio XIII modificò la bolla di Pio V e dichiarò che al momento i cattolici dovevano comportarsi come sudditi fedeli, fino a quando i dettami di quella bolla non si fossero potuti realizzare); che sono intolleranti; che sono “al servizio e all’obbedienza di un altro sovrano”.[15]

Insieme ai cattolici non vanno tollerati gli atei.

“Non devono essere assolutamente tollerati quelli che negano che ci sia una divinità. Infatti, né una promessa, né un patto, né un giuramento, tutte cose che costituiscono i legami della società, se provengono da un ateo, possono costituire qualcosa di stabile o di sacro; eliminato Dio, anche solo con il pensiero, tutte queste cose si dissolvono. Inoltre non può invocare nessun diritto alla tolleranza in nome della religione chi, con l’ateismo, elimina completamente ogni religione”.[16]

Se la tolleranza nasce dalla natura più autentica della vera religione, cioè del cristianesimo, chi invoca tolleranza, ma professa l’ateismo, per Locke si scava da solo la fossa, respingendo la fonte stessa della tolleranza.

Se la fede religiosa non può essere imposta con la forza, come si può, però, essere intolleranti verso chi non ha fede religiosa e si dice o appare ateo?

Sembra che Locke pensi a una religione generica, anteriore alle sue specificazioni in diversi orientamenti e chiese, una religione fondamento del vivere in società e dello Stato, che non tollera diserzioni: ma è attendibile la fede di un cittadino forzato a credere in Dio? Si può fondare su tale fede l’attendibilità delle promesse, dei patti e dei giuramenti di cui si avvale il vivere civile? Se la fede è convinzione spontanea, non forzata, come si può essere intolleranti nei confronti di chi non ha neppure la generica fede in Dio? E se la s’impone con l’intolleranza, come ci si può fidare di chi subisce quell’imposizione?

Nel Saggio sull’intelletto umano Locke sostiene che non ci sono idee innate e che neppure l’idea di Dio è innata, come prova l’esistenza d’intere popolazioni che non hanno l’idea di Dio e di molti atei anche nel mondo civile. “E – scrive – sebbene solo pochi dissoluti scellerati abbiano l’impudenza di professarsi ora atei, lo sentiremmo dire da altri se non ci fosse il timore della spada del magistrato e della censura dei vicini a chiudere loro la bocca; e se la paura del castigo o della vergogna venisse meno, sarebbero altrettanto pronti a proclamare il loro ateismo con i discorsi, come già lo fanno con il loro modo di vivere”.[17]

L’ateismo è quindi costretto dal “timore della spada del magistrato” a non professarsi, ma è largamente diffuso: ci sono, quindi, molti cittadini costretti dalla forza politica all’ipocrisia. I loro patti, le loro promesse e i loro giuramenti quale attendibilità possono avere? Si può fondare il vivere civile su una fede imposta con la forza, quindi non autentica secondo Locke?

La tolleranza, per Locke, non si fonda sui diritti dell’uomo, ma sulla natura della religione e della fede. E’ un primo passo per uscire dall’intolleranza del suo tempo, ma è ancora soltanto libertà nella religione, non della e, anche, dalla religione.

 

Torino 18 febbraio 2013

                                                                           Giuseppe Bailone

[1] Lettera sulla tolleranza, ediz. Laterza 2008, pp. 4-5.
[2] Ib. p. 5.
[3] Ib. p. 7.
[4] Ib. p. 8.
[5] Ib. p. 8.
[6] Ib. pp. 10-11.
[7] Ib. pp. 11-12.
[8] Ib. p. 13.
[9] Ib. p. 13.
[10] Ib. p. 15.
[11] Ib. p. 34.
[12] Ib. p. 36.
[13] Ib. p. 39.
[14] Ib. p. 43.
[15] Ib. pp. 44-45.
[16] Ib. pp. 45-46.
[17] Saggio sull’intelletto umano, a cura di Marian e Nicola Abbagnano, Utet 1971, p. 114.

Giuseppe Bailone, Locke : la tolleranzaultima modifica: 2013-02-20T15:26:29+00:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo