Ennio Abate,sulle difficoltà e i dilemmi del cooperare tra poeti-massa.

MOLTINPOESIA

martedì 19 febbraio 2013

Ennio Abate,
“Laboratorio Moltinpoesia di Milano” (2006-2012):
sulle difficoltà e i dilemmi
del cooperare tra poeti-massa.

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1. In una recente intervista sulla storia del Gruppo ’63 (qui) alla domanda «Lei ritiene che un’esperienza simile, in cui si fa gruppo, sia oggi ripetibile?»,  Umberto Eco risponde: «Mi pare difficile. È cambiato il clima. Balestrini ha cercato di far nascere un Gruppo 93, ma ciascuno poi ha corso per conto proprio. È un po’ per lo stesso motivo per cui oggi i giovani non si riuniscono più in associazioni o partiti. Siamo in un’epoca di cani sciolti». E più avanti lapidariamente aggiunge: «L’ultima possibilità data a una generazione di fare gruppo fu il ’68, ma non era gruppo letterario bensì politico. Diciamo che molte di quelle energie che in un’altra epoca sarebbero confluite in un’attività letteraria allora confluirono nella politica.». Queste parole di Eco, per le circostanze in cui le ho letto (qui), mi hanno colpito. Non credo che un destino, una maledizione, la «condizione postmoderna», la crisi generale condannino i poeti all’individualismo, ma l’esperienza empirica (anche personale) sembra confermare l’esattezza della diagnosi; e il fallimento (o interruzione o trasformazione…) del progetto «Laboratorio Moltinpoesia di Milano» (Per un rendiconto, aggiornato al 2011, delle sue iniziative leggi sotto Appendice 2) impone quantomeno un ripensamento.

2. Ho  parlato di fallimento: il gruppo che doveva cooperare non s’è formato, il noi sperato non è venuto fuori, il laboratorio è esistito più di nome che nei fatti, è stato altra cosa (un ibrido? un tira e molla inconcludente? un’occasione mancata?) rispetto al progetto, che avevo abbozzato ed esposto la sera del 9 novembre 2006 in Palazzina Liberty a Milano (Cfr. sotto Appendice 1) e che era centrato sul come essere moltinpoesia o, fuori dal gergo, come essere positivamente poeti-massa. (Sia chiaro che respingo la connotazione negativa che di solito il termine ‘massa’ ha nel dibattito corrente). Nell’esporre  dal mio punto di vista le ragioni del fallimento, mi limito a quelle più  vicine e concrete, quelle su cui è possibile ragionare con gli altri partecipanti all’esperienza e gli “esterni”.

3. Paragonerei il «Laboratorio Moltinpoesia di Milano» (più la mailing list e poi il blog)  a delle botti. Mentre io vi versavo un preciso tipo di vino – quello moltinpoesia – in sotterranea o aperta competizione con il mio altri/e  immettevano i loro vini (a mio parere: più individualistici, ludico-spettacolari, più poetico-spiritualistici che poetico-politici, più autoterapeutici che conoscitivi). Sono operazioni del tutto legittime, né sorprendenti né allarmanti. Anche perché il Laboratorio, per il nome che portava, accettava a priori di essere plurale. Di più: era costretto ad esserlo per ragioni storiche: per l’assenza da tempo di un qualsiasi Croce o Dante che possano ergersi ad autorità indiscusse; per il declino di canoni e tradizioni nazionali; per l’invadente e distorcente concorrenza dei mass media; per la trasformazione delle figure dell’intellettuale, del lettore, dello scrittore, del poeta. In una parola: per la crisi dell’Istituzione Poesia. Non c’era da scandalizzarsi se le poesie proposte ai reading  o ai microfoni aperti, nella mailing list e poi sul blog o le opinioni sulla poesia (e sulle visioni del mondo sempre sottostanti ad esse) erano e sono eterogenee per contenuti e qualità linguistica. Si trattava solo di coordinare le varie voci che si facevano sentire nel Laboratorio e produrre un discorso comprensibile, condivisibile, correggibile e sviluppabile. E per questo era indispensabile la funzione di coordinamento, che mi sono assunto come  fondatore del Laboratorio stesso, ma che più volte (e invano) ho proposto in tutta sincerità che altri a turno si assumessero,  respingendo le maliziose o parareligiose proiezioni di chi  quella funzione assimila alle figure di una tradizione (per me pre-moderna) del guru o del maestro. L’esperimento era, dunque, aperto. Un appello, una sfida che, a differenza di altre, non si rivolgeva a specialisti, ma appunto a poeti- massa, a lettori-critici.

4. Quali i problemi e ostacoli incontrati? Per quanto appena detto, sarebbe impreciso sostenere che nel Laboratorio ci sia stata una dialettica tra chi proponeva ai poeti un Canone o una Norma e chi la rifiutava. Una dialettica – confusa,  incerta e in fin dei conti paralizzante – c’è però stata. L’aut aut  più concreto che si è posto mi pare il seguente: o fare seriamente Laboratorio e costruire un noi capace di intervenire nell’attuale dibattito in poesia  o essere  un circolo di appassionati di poesia che si riunisce  “per il piacere della poesia”,  per fare salotto. E uso  questi termini senza sarcasmo o disprezzo, anche perché il progetto, per come l’avevo articolato (lettura dei testi dei partecipanti o di altri, esercizi critici su di essi, discussioni sui problemi della poesia), dava spazio anche al “piacere”, ma non si riduceva a questo.

5. Dopo un avvio abbastanza dinamico e che lasciava sperare sulla possibilità di far convivere e interagire bisogni e punti di vista diversi secondo la logica più conciliante dell’ et et,  sono emersi dei dilemmi a cui abbiamo risposto in modi tendenzialmente contrapposti e la discussione interna al gruppo “milanese” si è andata bloccando in tre posizioni fisse:
 – la mia, mirante a delineare  anche teoricamente il  discorso di come essere moltinpoesia e a mettere in primo piano la funzione della critica (costruttiva, non normativa o solo distruttiva) da esercitare sui testi nostri e altrui e  sulle poetiche che circolano nel dibattito sulla poesia contemporanea;
– quella di altri (alcuni dei quali hanno poi abbandonato il gruppo) che hanno svolto un loro discorso critico ora in dialogo con il mio e quello di altri, ora giustapposto ad essi, ora in velata o aperta competizione (e la cosa rientrava ancora pienamente e positivamente nell’ottica plurale  del progetto) ora di frontale opposizione (in particolare: di svalorizzazione della funzione critica; di rifiuto del legame tra poesia e realtà storico-sociale-politica; di legame immediato tra impegno sociale e poesia);
– quella, particolarmente enigmatica e frustante per chi coordinava o partecipava alla discussione, dei numerosi “silenti”,  rimasti in una posizione limbica, di attesa diffidente o  forse di sconcerto, ma in fin dei conti sterile.

6. Questa dialettica bloccata ha impedito  anche che la struttura organizzativa – “leggera”, “informale” e “aperta”; e che prevedeva  all’inizio la figura del coordinatore  e l’incontro “in cerchio” faccia a faccia alla Palazzina Liberty; e poi   alcuni Gruppi di lavoro – diventasse collegiale e cooperante. La delega al coordinatore è prevalsa. E la prevista formazione dei Gruppi di lavoro non è decollata: ha funzionato per i 4 numeri del “fogliettone”;  mentre il Gruppo Critici è rimasto una cometa presto scomparsa (e del resto non non bene accolta). Infine, dal 2009, anno di inizio del blog, dopo l’iniziale gestione collegiale a tre, questa estensione “virtuale” del Laboratorio è stata vista con diffidenza da alcuni, è rimasta estranea ad altri emi sono trovato di nuovo a  gestirla (anche tecnicamente) da solo.

7. Come in tutti i gruppi si è avuta anche una dialettica tra gruppo chiuso e gruppo  aperto (Fachinelli, Cfr. qui). Per alcuni dei partecipanti al Laboratorio importanti erano soprattutto gli incontri faccia a faccia, mensili o quasi, alla Palazzina Liberty di Milano. Per me ci voleva una decisa proiezione del Laboratorio all’esterno. Dovevano/potevano partecipare sia pur indirettamente persone  residenti in varie città o che per vari motivi non potevano essere fisicamente presenti agli incontri in Palazzina. La mailing list – come coordinatore ho redatto dei resoconti ragionati sugli incontri “milanesi” almeno fino a  due anni fa – permetteva questo ampliamento del Laboratorio ad altre voci solo in apparenza “esterne”. E, sempre  nella stessa logica, dal maggio 2009, con la fondazione del blog (http://moltinpoesia.blogspot.com/), ancora più decisamente ho puntato sulla comunicazione digitale che, pur con complicazioni e condizionamenti, permette questo incremento di rapporti, non necessariamente “inautentici” o  destinati a restare solo virtuali.

  8. Un altro  dilemma e motivo di tensione ha riguardato il rapporto con la Casa della Poesia di Milano presieduta da G. Majorino, che “ospitava” il Laboratorio nella sede assegnatagli dal Comune di Milano. Per dei poeti-massa un sotterraneo antagonismo e una certa ambivalenza verso  questo simbolo milanese della poesia “ufficiale” o dell’establishment mi paiono comprensibili. Ci si aspettava sicuramente una maggiore attenzione e  qualcosa di più del “cantuccio” riservato al Laboratorio nel  programma annuale della Casa della Poesia. Ed, in effetti, tranne alcuni “microfoni aperti”, che  mi è stato chiesto di gestire come coordinatore del Laboratorio e episodici confronti, c’è stata netta separazione tra il Laboratorio e il Direttivo della Casa, mai reale collaborazione. Nella mia collocazione, in effetti scomoda, di  coordinatore mi sono trovato a mediare tra opposti snobismi; e a sopportare ora sciocche accuse di essere “complice” della gestione del direttivo della Casa della Poesia ora rimproveri e frizzi perché davo spazio alla “plebe poetica” o  agli homeless della poesia (Enzo). Non aveva per me senso né la “contestazione” (spesso poi semplice mugugno privato) di certe pur criticabili  iniziative della Casa della Poesia né mettersi nella posizione dei clientes petulanti che richiedono più attenzione. Anche perché il Laboratorio non c’era, non si formava, mi è parso giusto evitare polemiche in astratto (mentre alcune concrete le ho condotte lealmente e ce ne sono tracce sul blog) e lavorare ad un di fluidificazione dei livelli di sapere e di potere  purtroppo cristallizzatisi negli ultimi tempi ai danni dei poeti-massa.

9. È rimasto poi irrisolto un problema d’immagine del Laboratorio. L’idea  di un Laboratorio gratuito, aperto a tutti/e, senza filtri selettivi a priori, come quelli adottati dalle scuole di scrittura o di poesia a pagamento e dalle comunicazioni  professorali, è purtroppo apparsa come un frutto fuori stagione,  roba da sorpassati. (Qualcuno mi ha fatto intendere che perdevo il mio tempo a gestire una sorta di “Caritas dei poeti”, dilettanti, principianti o della domenica).  Eppure il fatto che negli incontri alla Palazzina Liberty o nella mailing list si siano affacciati – a volte timidamente, a volte rumorosamente – sia il professore universitario che l’impiegato, che il precario o la casalinga autodidatta, era un’occasione, se il  Laboratorio ci fosse stato o altri avessero svolto con me  quella funzione fluidificante tra gli opposti snobismi, per imboccare una via ardua, ma capace di  offrire spunti per capire meglio cosa possa significare essere moltiinpoesia, cosa potrebbe dire in positivo  essere poeti-massa.

12.  Il punto di dissidio  più forte ha però riguardato proprio il ruolo della critica. Qui (sempre dal mio punto di vista) una serie di dilemmi. I poeti/aspiranti poeti che approdavano al «Laboratorio Moltinpoesia di Milano» o s’iscrivevano alla mailing list erano o no rappresentativi dell’ipotetico soggetto moltinpoesia? Arrivavano al Laboratorio attirati dal nome «Moltinpoesia», intuendo grosso modo il discorso che tentavo di fare  o ci giungevano per sbaglio,  solo per uscire dalla solitudine o per tanti altri motivi, tanto che per loro un qualsiasi altro circolo poetico sarebbe andato bene? E il nome moltinpoesia non alimentava forse un equivoco: che ogni testo  andasse bene e dovesse essere solo applaudito? Se passava il principio che ogni testo scritto o letto è comunque poesia perché chi lo propone lo vive come poesia, lo crede poesia, qualsiasi critica o la figura del critico o del lettore-critico dovevano semplicemente scomparire. Anzi in base a  questa logica, che scova poesia dappertutto e elimina ogni distinzione o confine, tutto diventerebbe poesia. E più che un Laboratorio sarebbe stato meglio costruire un Registro, un Catalogo, un Dizionario. E da diligenti scienziati positivisti o sociologi catalogare i testi (in teoria tutti i testi, orali o scritti); e magari anche le espressioni delle rudimentali poetiche e visioni del mondo degli «scriventi versi». Così come erano.  Estremizzo, ma si profilava l’incubo di gestire un perenne microfono aperto, o di stilare un catalogo neutro e acritico di  tutte le voci percepibili. O  si doveva, ottimisticamente, considerare tutte quelle voci come frammenti di un discorso dei molti che, prima o poi, si  sarebbe costruito da solo, progressivamente e spontaneamente?

13. Mi è parso politicamente ed eticamente  sbagliato alimentare  un ginepraio di equivoci e di false attese; e coprire  un fenomeno estetico-sociologico ambivalente e lutulento con una sigla in cui il molti diventava tutti.  Non mi sono tuttavia mai convinto che al fenomeno dei poeti-massa si possa/si debba rispondere, come dice Linguaglossa, “alzando l’asticella” (di quanto poi?) o usando forme di respingimento indirette e mascherate. Ad esempio, proponendo di discutere e commentare soltanto testi di poeti “classici” o “riconosciuti” o di trattare soltanto problemi “generali”,  tornando  di fatto alla formula  della “scuola di poesia” e ristabilendo un chiaro rapporto tra maestri e discenti. Oppure selezionando in anticipo il pubblico con cui dialogare  ricorrendo al filtro del denaro (corsi a pagamento, ecc.).

 14. Per non rimanere schiacciati tra  due spinte  inconciliabili (quelle degli «scriventi versi» che si presumono  senza alcuna verifica poeti; quelle delle élite che adottano canoni più o meno restrittivi e spesso non dichiarati), bisogna riconoscere in via ipotetica l’esistenza di buone ragioni (da verificare!) in entrambi questi “partiti” contrapposti. (Chi, senza verifica, può escludere che dei “principianti” siano o diventino poeti? O che dei poeti “coronati” siano delle patacche?). L’unica faticosa strada da imboccare era/è quella della mediazione, della critica dialogante, del fare laboratorio critico reciproco sia inter nos  che  extra nos, quindi  anche nei confronti dei principianti o dei “dannati della poesia”. (Non mi sono mai rifiutato – per principio o accampando scuse false (ovviamente ci sono limiti fisici…) – di leggere qualsiasi testo propostomi come poesia e di dare un parere-giudizio sintetico). Resto convinto che si debbano contrastare sia i ghetti degli esclusi che si sentono “incompresi” sia i circoli riservati che si sentono “eletti”. Non si può mettere alla porta il fenomeno degli «scriventi versi». O abbandonarsi alla tentazione autoritaria di bloccarlo, suggerendo che si trasformino in “leggenti versi” degli autori per noi validi. Insomma, non si può rispondere a questo problema come Maria Antonietta, invitando  a dare brioches al popolo affamato. All’inizio dell’esperienza del Laboratorio e in particolare nel 2010, con il lavoro del Gruppo Critici, costituitosi al suo interno, era parso che  ci si avviasse in questa direzione, puntando appunto a una reciprocità del lavoro critico sui testi (nostri e d’altri) e a una discussione franca, che evidenziasse i dislivelli di qualità dei testi invece di nasconderli o di liquidarli come spazzatura. Poi, come ho detto, la dialettica si è bloccata.  Non credo perciò che ci sia stata troppa critica nel  «Laboratorio Moltinpoesia di Milano». Semmai poca. E  a volte cattiva critica (sleale, non argomentata e fastidiosamente personalizzata). Poi se  qualcuno ha confuso la critica col litigio e si e si è chiuso in un diplomatico silenzio, dovrebbe chiedersi lui quanto il suo atteggiamento sia stato costruttivo. Ipotizzando che l’intolleranza alla critica in poesia venga da posizioni più moderate e concilianti e di segno etico-politico diverse o opposte  alle mie, ho scelto, con le dimissioni, la  via del chiarimento. Così ciascuno può ridefinire le proprie esigenze, riconoscere i suoi, evitare di ridurre chi  fa critica a un fantasma repressore e dimostrare nei fatti cosa sa fare e vuol fare. Questa la mia visione della vicenda.
18 febbraio 2013

APPENDICE 1.
 
I MOLTI NELLA POESIA D’OGGI

Il senso di questa serata è sintetizzato nel titolo e sottotitolo dell’iniziativa: I molti nella poesia d’oggi. Microfono aperto. Letture in vista di un laboratorio. 
Il titolo allude a due campi da esplorare:
– quello dei testi in cui sia individuabile una presenza significativa (implicita o esplicita) dei molti (in altri termini del sociale, delle classi, della gente), circoscrivendo l’indagine alla poesia contemporanea ma senza escludere incursioni attualizzanti nei secoli trascorsi e fino alle origini della poesia italiana: basti pensare ai molti nella Commedia di Dante…);
– quello dei soggetti scriventi poesia o similpoesia (questo è punto cruciale e controverso), che si sono moltiplicati e rappresentano un fenomeno oggi più che in passato notevole, ma le cui implicazioni estetico-politiche – secondo me potenzialmente positive – resteranno confuse se si continuerà a vederlo riduttivamente come mero epigonismo, futile moda o normale escrescenza letteraria.
 Il sottotitolo  propone un metodo: l’ascolto  della varietà di voci anche dissonanti – più esattamente di segmenti di questa nebulosa di scriventi – che senza forzature e settarismi  possano liberamente confluire in un laboratorio, dove avviare confronti paritari, inchieste puntuali e riflessioni critiche coraggiose anche sullo stato attuale della poesia italiana contemporanea.
Chi vi parla, e fa tale proposta di lavoro, negli ultimi anni ha sondato su tale materia le opinioni di alcuni poeti e critici, condotto con scarsi mezzi e in  compagnia di amici trascinati un po’ per i capelli una piccola inchiesta  e sviluppato un inizio di riflessione teorica poggiandosi su concetti filosofici (moltitudine, esodo) e socio-politici (lavoro immateriale, postfordismo)  per dare respiro problematico e non corporativo al discorso che andava costruendo. Per onestà intellettuale preciso che   diversi miei interlocutori si sono mostrati in vari modi scettici sul rilievo non tanto sociologico ma estetico-politico che io tendo ad attribuire in prospettiva al fenomeno dei tanti che scrivono versi.
Tuttavia il discorso comincia a circolare e qui, nella Casa della poesia della Palazzina Liberty, è stato organizzato nel marzo scorso un primo incontro  con  letture di poesie e testi  di critica, che viene ripreso e approfondito questa sera.
Senza ombra di cortigianeria ringrazio di ciò G. Majorino  per l’avallo cauto, intelligente  ma soprattutto non esteriore che mi ha dato.  Chi frequenta, infatti, la sua poesia sa che essa  ha incorporato (termine ricorrente nel suo lavoro critico) i molti (la realtà dei molti); come sa quanta attenzione egli abbia prestato  ai complicati e ambigui aspetti dell’«epoca del gremito» tra cui quello dei «tanti che scrivono versi».  Questo non vuol dire che ci sia  coincidenza di vedute tra noi: ad es. i suoi accenni a quel centinaio di «poeti veri, capaci di stile» (p.48) restati fuori dalla sua ultima edizione di Poesia e realtà non è detto che  alludessero alla «nebulosa o moltitudine poetante»  di cui mi sono azzardato a parlare io.  Importa però che  il tema dei molti in poesia si presti a confronti senza preclusioni e a  insistenti interrogazioni.
E alcuni interrogativi divenuti ormai “miei/suoi”  richiamerò stasera,  spostandomi  un attimo in zona poetica (o similpoetica?) e  leggendovi  questo frammento in versi a cui sto lavorando e che  proprio a lui e al tema in questione si rivolge:

Quali colombe dal disio chiamate…?
No, come gocce d’ignote bufere
alle vetrate della Casa della Poesia
Giancarlo, premono molti scriventi.

Chi sono? Quanti? Perché così scrivono?
A che mirano? Curarsi di  loro
o il brusio di pubblico dal palco reggere
modulandone ossequi e domande?

E chi sono per noi che su riviste
di poesia pubblichiamo i versi
che ci piacciono? Fratelli? Concorrenti?
Compagni di strada? Pedine da manovra?

Possiamo aprirci benevoli ad essi
reggere invidia,  angosce, deliri
non sfuggirli, non costruire valli
interiori? E mostrare anche l’errore

dell’energia spostata dal reale
dal vero alienata? E parlare a lungo
con loro, seguirne lo sciamare
nella notte e poi riprendere a scrivere?

Ma torniamo all’ipotesi di laboratorio. Come dovrà chiamarsi, che  attività svolgere, che temi affrontare e quali condizioni porre ai partecipanti?  Sono tutte questioni aperte. Per conto mio, esso dovrebbe ospitare quanti potranno o vorranno dire la loro sul tema dei molti in poesia, che siano tiepidi, scettici o persino ostili e mossi da tutt’altro orientamento.
Il laboratorio dovrebbe servire a porre i problemi giusti, a  raccogliere le spinte fondate  su intelligenza, attitudine al confronto con la realtà, passioni vere. Dovrebbe far discutere assieme e schiettamente i poeti laureati con i poeti in attesa di laurea o con quelli a cui le lauree importano poco. Mi aspetto solo che i molti (un centinaio come dice Giancarlo o tanti di più?)  escano così da un anonimato generico, che si diradi la loro nebulosa e che si mostri – spero – come  un aggregato di singolarità vere.
Più in dettaglio cosa dovrebbe fare questo laboratorio? Alcune proposte  erano già state presentate nell’iniziativa del  marzo scorso: – preparare un questionario da rivolgere agli  scriventi versi (quelli che pubblicano di solito su riviste cartacee o ora on line o presso piccole case editrici);  – organizzare occasioni di confronto tra  loro e critici o poeti-critici, magari su un testo o una raccolta di versi o un saggio. Altre idee potranno venire fuori mano mano. Penso pure che i momenti di confronto andrebbero organizzati in forma di agili seminari e che sia  prevista la presentazione pubblica dei risultati. Ma di questo si parlerà se e quando il laboratorio s’avvierà.
Termino con un indovinello. Di chi parla Vladimir Holan in questa poesia che ho scovato quasi per caso nelle ultime settimane?

Dissi:”No, non chiamatela
Col nome di battesimo!”
E lui: “Ma è proprio quello che le piace!”
Dissi: “No, alla sua porta non bussate,
non è in casa forse, e io ne avrei paura!”
E lui: “Macché, quella
È sempre dappertutto!”
Dissi: “Forse non si è ancora
Decisa!”
E lui: “Possibile che abbia una misura
Lei che è senza confini?”

(Vladimir Holan, Il poeta murato)

Ennio Abate 9 nov. 2006 Casa della Poesia Palazzina Liberty, Milano

APPENDICE 2.

Per avere un’idea delle attività svolte dal Laboratorio dal 2006 al 2011 può servire la lettura di questo Rendiconto consegnato a G. Majorino nel settembre 2011:

RENDICONTO DEL LABORATORIO MOLTINPOESIA

«Questa nostra dottrina sarà forse accolta con un sorriso da coloro che, riservando alla massa del popolo i vizi propri di tutti i mortali, dicono che il volgo è in tutto sregolato, che fa paura se non ha paura, che la plebe o serve da schiava o domina da padrona, che non è fatta per la verità, che non ha giudizio, ecc. Invece la natura è una sola ed è comune a tutti… è identica in tutti: tutti insuperbiscono del dominio; tutti fanno paura se non hanno paura, e ovunque la verità è più o meno calpestata dai cattivi o dagli ignavi, specie là dove il potere è nelle mani di uno o di pochi che nell’istruire i giudizi non hanno di mira la giustizia o la verità, ma la consistenza dei patrimoni
         Baruch Spinoza, Trattato politico

Il Laboratorio Moltinpoesia  ha iniziato le sue attività nel 2006. Il suo scopo –  rispondere alla crisi della poesia mobilitando le energie dei tanti che oggi scrivono o s’interessano di poesia con molta passione e poco o dubbio studio – fu  chiarito nel primo  comunicato stampa del 12 marzo 2006.[1]
Da allora è diventato un luogo – aperto a tutti: dalla casalinga al docente universitario – di incontro e di discussione, mirando ad affrontare criticamente alcune questioni al centro della riflessione dei poeti e dei (pochi) critici che oggi ancora s’occupano di poesia contemporanea e incoraggiando al meglio una “critica dialogante” tra partecipanti eterogenei per età, acculturazione e ideologia, portati  spesso ad oscillare tra opposti snobismi: elitari o populistici.
Gli incontri – seguiti stabilmente da un nucleo di una quindicina di persone fino a un massimo di 50-60 in particolari occasioni – sono avvenuti, con frequenza  quasi mensile,  dal settembre al giugno di ogni anno presso la Palazzina Liberty di Milano. Non è mancata qualche uscita presso altri circoli culturali operanti a Milano e nei dintorni per provare a sviluppare una dimensione “itinerante” del Laboratorio stesso.
In questi quattro anni sono state svolte le seguenti attività:
– partecipazione e/o gestione di  alcuni “microfoni  aperti” proposti dalla Casa della Poesia;
– elaborazione di un questionario rivolto a redattori di riviste di poesia (cartacee e on line) o  a cenacoli e associazioni culturali operanti nell’area di Milano e dintorni;[2]
–  presentazione e discussione di raccolte poetiche[3] dei partecipanti al Laboratorio da parte di altri  in vesti di “lettori-critici”;
– discussioni su autori di riferimento introdotti da singoli partecipanti al Laboratorio;[4]
– discussioni (sempre introdotte da singoli partecipanti al Laboratorio) su vari temi con particolare attenzione al fenomeno ambivalente della “scrittura di massa” di poesia.[5]
Tra gli incontri più seguiti e significativi quelli con:
– G. Majorino sul Viaggio nella presenza del tempo (dicembre 2007);
– G. Neri su Teatro naturale e teatro storico (marzo 2008); 
– Eugenio Grandinetti su Catullo e la poesia degli antichi (marzo 2009);
– Enzo Giarmoleo su Ferlinghetti;
– Leonardo Terzo e Simona Viciani su Bukowski;
– Loredana Magazzeni, curatrice dell’antologia «Corporea»  di poesia femminile;
– l’attore Oliviero Corbetta  che ha recitato testi di F. Fortini in una “prova di spettacolo” intitolato PER UN BUON USO DELLE ROVINE.STORIA D’ITALIA TRA POESIE E PROSE (febbraio 2010).
Il Laboratorio ha anche:
– sviluppato alcuni significativi esperimenti per produrre insieme un testo poetico a partire da un tema;[6]
– costituito al suo interno un “Gruppo Critici”;[7]
– stampato e pubblicato (a sue spese) un FOGLIETTONE MOLTINPOESIA;[8]
– costruito a partire dal maggio 2009 un suo blog (http://moltinpoesia.blogspot.com/) che ha pubblicato finora 341 post e, al 19 settembre 2011, ha ottenuto 35.634 visualizzazioni.
È in cantiere la compilazione  di un Dizionarietto dei moltinpoesia, che dovrebbe documentare in modo ragionato la produzione di testi e il lavoro critico svolto in questi anni.
I contatti tra i partecipanti al Laboratorio sono stati  tenuti dal coordinatore, che ha preparato    i calendari annuali delle attività, redatto per ogni incontro un dettagliato resoconto scritto e guidato un vivace scambio di messaggi per posta elettronica.
 Il coordinatore del Laboratorio Moltinpoesia

Ennio Abate
19 settembre 2011

[1] Comunicato stampa
Sono in tanti oggi a scrivere, per lo più poesia: in disparte, senza alcun mandato, isolati o in piccoli cenacoli. E poco si sa di questa “nebulosa” o “moltitudine poetante”.
Si tratta dell’eterno ritorno degli epigoni? di un confuso Quarto Stato scrivente che preme e asfissia gli scrittori e i poeti veri?
Le etichette di comodo (sottobosco, sommerso, poeti part-time o della domenica, dilettanti) non mancano. E periodicamente crestomazie, distinguo fra maggiori e minori, rispolverature di canoni finiscono per sbarrare ogni riflessione, discussione o seria inchiesta su tale fenomeno estetico-sociale.
Eppure esso, malgrado limiti, ambiguità e rischi di derive privatistiche,  non solo è sintomo interessante della crisi della poesia e di una sua vitalità extra-moenia, ma fermento di pratiche estetiche più legate alle forme di lavoro e di vita dei molti.

[2] Questi i gruppi  con cui si era previsto di stabilire dei contatti:
1.       Gruppo “Logoi” di Nicoletta Czikk (Mi);
2.       Gruppo Pezzaglia di Monza;
3.       Arti mobili di Lucio Maj Tosi (Mi);
4.       Il Segnale di Lelio Scanavini (Mi);
5.       La Mosca di Milano (Mi);
6.       Il Monte Analogo ( Mi);
7.       Milanocosa (Mi);
8.      Poeti dell’Ariete (Mi);
9.       Il Verri (Mi);
10.     Cenacolo di S. Eustorgio (Mi);
11.     Il Foglio clandestino di Gilberto Gavioli ( Sesto S. Giovanni);
12.     Poesia di Crocetti (Mi),
13.     Casa della poesia del Trotter (Mi);
14.     Sinonimi e contrari (Mi);
15.     Il caffè letterario di Renato Fondi ( Mi);
16.     Il salotto Caracci (Mi);
17.     Il salotto Siniscalchi (Mi),
18.    Il salotto D’Isa (Mi);
19.     Kamen di Anelli (Codogno);
20.    Premio Marina Incerti ( Milano)

Ennio Abate,sulle difficoltà e i dilemmi del cooperare tra poeti-massa.ultima modifica: 2013-02-20T15:24:57+00:00da mangano1
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