Antonio Parisella,A PROPOSITO DI MAESTRI, PIU’ O MENO “VENERATI”

A PROPOSITO DI MAESTRI, PIU’ O MENO “VENERATI”
pubblicata da Antonio Parisella il giorno Domenica 28 ottobre 2012 alle ore 20.15 ·

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In questi giorni, in riferimento alla mia lezione di congedo dall’insegnamento universitario, ricorre in più occasioni la parola “maestro” usata nei miei riguardi. Confesso che me ne sono schermito, ieri come oggi. Pesano, per me, le parole evangeliche (mi scuso per la citazione a memoria) : “non chiamate alcuno maestro perché uno solo è il vostro maestro, il padre vostro che è nei cieli”.
Ma vi è anche qualcosa certamente di meno grande, anche se forse più divertente. Dovendo attendere un treno per un tempo un po’ lungo alla stazione di Bologna, sono andato alla galleria che è di fronte alla stazione e dove c’è una libreria che vende libri a prezzi scontati. Ho avuto la fortuna di trovare (ma con molta mestizia, perché l’autore – che non ho mai conosciuto – una delle persone che più ho stimato e con le quali ho condiviso molte idee e posizioni, oltre che alcune passioni come le scienze politiche, la musica leggera e l’Emilia) in vendita i libri di Edmondo Berselli, che la Mondadori – evidentemente – aveva ceduto a peso, ritenendo che dopo la sua precoce morte non andassero più. Invito chiunque a cercarli lì o altrove e ad acquistarli, ma soprattutto a leggerli, perché sono veri e propri libri di culto: Edmondo era uno dei grandi profondi e divertenti osservatori ed interpreti del costume italiano, non secondo a Giuseppe Prezzolini, Curzio Malaparte, Indro Montanelli, Ennio Flajano, Umberto Eco. Ho acquistato “Quel gran pezzo dell’Emilia”, forse il più famoso. Ma non mi sono fermato lì, perché mi ha attirato un altro titolo (non potevo acquistarli tutti perché in borsa avevo poco spazio): “Venerati maestri. Operetta immorale sugli intelligenti d’Italia”. Va letta scegliendo accuratamente un giorno e mezzo in cui non avete nulla d’altro da fare perché – dotati di un lapis appuntito per le sottolineature e le note a margine (per fortuna c’è spazio sufficiente –  dovete leggerlo senza interruzioni e con crescente partecipazione e non smettere finché non avete finito.
Non vi dico del resto, ma solo vi citerò la frase dalla quale è nato il titolo. E’ di Alberto Arbasino e vi debbo dire chi è, perché mio figlio Pietro, ventisettenne dottore in scienze politiche e relazioni internazionali, non lo sapeva. Eppure Alberto Arbasino, che è stato a lungo l’enfant terrible della letteratura italiana (uno dell’avanguardia del mitico Gruppo ’63 !), ha con lui qualche punto di contatto: per poter andare a occuparsi di letteratura americana negli USA, si mise a studiare Diritto internazionale, divenne assistente del grande giurista Riccardo Monaco (prima giudice della Corte di giustizia della CEE, poi preside della facoltà di scienze politiche di Roma), e vinse una prestigiosissima e inarrivabile borsa  Fullbright per un master in Politica internazionale ad Harvard, nel quale ebbe come tutor nientemeno che Harry Kissinger. Ma poi fu travolto dalla letteratura più che dagli studi internazionalistici.
Ebbene, Alberto Arbasino ha scritto: “In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria della «bella promessa» a quella del «solito stronzo». Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di «venerato maestro»”.
Ora, alcuni anni fa, recatomi al Ministero della pubblica istruzione (dal quale dipendeva ancora l’Università, prima del distacco e del recente rientro) per avere un certificato sulla mia vincita nel 1973 di una borsa di studio nazionale che fu all’origine del mio lavoro universitario, mentre l’impiegata portava il documento alla firma del capoufficio, frugai nel fascicolo che aveva lasciato sulla scrivania e lessi i giudizi della commissione. Accanto al mio nome c’era scritto press’a poco:  “Giovane impegnato e studioso dal quale si attendono buoni risultati”. Insomma, ero considerato qualcosa di molto simile a ciò che arbasinianamente sarebbe una «bella promessa».” Ed ora capite perché in questi giorni sono un po’ inquieto: non so mica se, in realtà, sono diventato un «venerato maestro» o sto per diventarlo. E quel che rischio non mi piace proprio ….
 
PS. Francamente, però, penso che non mi piace neppure la prospettiva del «venerato maestro». Mi fa pensare a una persona non troppo in sé, che si va a trovare ma alla quale non si sa cosa dire e dalla quale ci si meraviglia che non si ricevano risposte a tono, con la quale – se va bene – si parla solo di ricordi …. Per questo preferisco essere soltanto Antonio Parisella, una persona capace di volervi sempre bene, di cazzeggiare se necessario, di comunicare sempre qualcosa e di riuscire a fare comunque qualcosa, meglio se insieme a voi, quale che sia la vostra età.
Mi pare sia meglio così, non vi  pare ?

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