27/01/2012
Laura Tussi,fammi ricordare, discutiamo insieme (Is 43,26)
fammi ricordare, discutiamo insieme (Is 43,26) 
Il Centro Studi Sereno Regis di Torino per la Memoria e la Pace
“Fammi ricordare, discutiamo insieme” (Is 43,26)
Il Centro Studi Sereno Regis di Torino propone : Le Dimensioni Angeliche tra Memoria e Oblio sulla scena della Shoah. Ricordati di ricordare
“Fammi ricordare, discutiamo insieme” (Is 43,26)
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LE DIMENSIONI ANGELICHE TRA MEMORIA E OBLIO SULLA SCENA DELLA SHOAH.
RICORDATI DI RICORDARE.
“Fammi ricordare, discutiamo insieme” (Is 43,26)
di Laura Tussi
http://serenoregis.org/2012/01/le-dimensioni-angeliche-tra-memoria-e-oblio-sulla-scena-della-shoah-ricordati-di-ricordare/
http://www.peacelink.it/pace/a/35459.html
L’imperativo presente nel titolo già presuppone l’esortazione a ricordare di compiere un’azione, in questo caso reciproca, relazionale, a livello duale o collettivo. L’incitamento, l’invito, in tal senso, consiste proprio nell’atto del ricordare, del rammentare il ricordo, di rimemorare un pensiero, un evento passato che implica la necessità di essere rimemorato, ossia riportato alla memoria, e di conseguenza di risanare la ferita inferta dall’oblio della contemporaneità con il passato. L’episodio viene riattualizzato e ripresentificato, non solo nella mente, nello sguardo, negli occhi, nei sensi di chi è chiamato a ricordare, quindi, non solo di un individuo singolo, che, peraltro chiede aiuto nel ricordare (fammi ricordare), ma di un’intera comunità che si ritrova “insieme” a discutere della ripresentificazione dell’evento ricordato.
L’episodio storico, relativo ad un passato sociale, è riattualizzato e quindi riportato alla memoria, o meglio, in questo caso, com-memorato, rammentato insieme, in comunità, in comunione di valori e significati. I principali verbi del rimemorare presentano etimologicamente due diverse interpretazioni di senso, come ra-mentare, ossia raccogliere nella mente e ri-cordare, riportare al cuore. Queste forme verbali fanno pensare alla memoria come una forma di religio, da re-ligare, ossia nel ricollegare l'uomo a Dio, con il tramite messianico dell'angelo della memoria, quale messaggero di pace, per continuare a sperare che il mondo riemerga dal baratro brutale della bestialità disumana. L'angelo della Shoah è l'ancella, il messaggero della pace, che annuncia l'avvento di una memoria che ripresentifica il tempo per condurlo ad una rimemorazione collettiva, a partire da ogni singolo individuo, per non dimenticare. Le dimensioni angeliche della Shoah consistono in un anelito di speranza che ripristina il ricordo e conduce all'atto della rimemorazione per stendere un velo di com-passione sugli eventi, ossia un portato di sofferenza collettiva che scongiuri l'oblio, allontani la dimenticanza, tramite un potere taumaturgico che distolga dal male, per ripresentificare gli eventi, affinché la negatività non si ripeta.
Ricordare e dimenticare? Memoria, identità, speranza.
Il ricordo comporta la rilettura di eventi, fatti, avvenimenti, episodi: il passato, il tempo precedente, trascorso, non prossimo, ma remoto, ossia intriso di storicità. L’azione del ricordare si declina al passato, nel tempo trascorso che tralascia pensieri, opere, parole, emozioni, sentimenti e quindi implica la dimenticanza, l’oblio, quando la memoria diviene oblio e dimenticanza e non rammenta, non rievoca, non rimembra il tempo trascorso che diviene perduto, privo di riferimento e di senso, senza più significati, per cui l’evento, nella dimenticanza, perde d’identità.
La memoria individuale e collettiva viene rievocata e commemorata.
Individualmente, l’azione del ricordare si svolge lentamente, in una dimensione interiore, meditativa, soggettiva. In un’accezione collettiva, la memoria passa attraverso una comunità, un gruppo, una società che com-memora tramite cerimonie, rituali, celebrazioni, miti, credenze e simboli. Il ripristinare un evento passato e riconsegnarlo alla memoria, individuale e collettiva, avvalora un’identità redimendola dall’oblio lacerante in cui imperversa il mondo moderno: l’identità è dispensata con il ricordo dal rischio dell’oblio inesorabile degli eventi attraverso il passato, per cui subentra la speranza della sopravvivenza sociale del ricordo, della memoria presso la posterità, procastinando al tempo futuro, ripristinando l’atto celebrativo del rammentare, riconsegnando così alle nuove generazioni, una rinnovata speranza nell’avvenire, ossia la memoria del futuro.
L'angelo della memoria si presenta alla collettività attraverso la meditazione, il pensiero, il ricordo che intimamente e insitamente suscitano la rievocazione scritta e orale della testimonianza, nella tradizione di padre in figlio, dove le dimensioni angeliche della Shoah si manifestano nell'annuncio della speranza in un mondo migliore, dove non si ripetano le ingiustizie, i soprusi, le prepotenze, gli odi, le vendette perpetrate agli uomini su altri uomini.
L'angelo è il messaggero di giustizia che tramite l'annuncio della memoria distoglie il genere umano dalla barbarie e scongiura il male, apportando giustizia dove le dignità e i diritti umani vengono cancellati e calpestati nel mondo e nella storia umana. L'angelo della memoria si identifica con la collettività che tramite l'impegno del ricordo trasforma la disumanità brutale in speranza per un futuro migliore dove gli uomini si rispettino nella giustizia, nella pace, nella libertà e fratellanza fra i popoli.
Memoria e conflitto
La memoria è serbatoio di immagini, vissuti, eventi del passato. Nell’interiorità questi ricordi possono confliggere in vuoti di senso e di valore.
La memoria storica è pervasa di eventi spesso cruenti, guerre, stragi, conflitti di vario genere. Le posizioni ideologiche assunte dalle parti in causa in un determinato evento passato possono, attualmente, creare conflitto di idee, di posizioni, di valori, di scelte di campo nella società civile che commemora.
Il conflitto di posizione e di idee scaturisce nel gruppo sociale che nella sua storia, nella sua cultura, nel suo passato ha sperimentato un determinato evento e rispetto al quale prende posizioni ideologiche e valoriali differenti, a seconda della scelta di posizione e di parte, rispetto ad un determinato episodio storico che implica analisi, ragionamenti e ripensamenti di carattere politico, sociale e ideologico.
La pluralità delle memorie
La storia nei suoi corsi e ricorsi presenta molteplicità plurime di eventi degni di ricordo e memoria. Gli eventi memorabili che occorre “ricordarsi di ricordare” sono molti in una stessa società. In differenti contesti comunitari, in altre nazioni, in diverse sottoculture ed etnie, si ricordano molteplici eventi degni di memoria, fatti storici, guerre civili, episodi politici e tutto ciò che scaturisce dal susseguirsi inesorabile e necessario degli eventi. Le differenti culture e società presentano varie tipologie di avvenimenti e di memorie filtrati dal corso della storia e dal pensiero del popolo che setaccia e seleziona il tempo ed il significato di cui è portatore. La cultura cristiana, islamica ed ebraica convivono da secoli in tutto il bacino del Mediterraneo, portandovi nuova cultura, arte, scambi commerciali, altre idee, differenze etico, morali e religiose, usi, costumi, tradizioni differenti, in sostanza altri mondi conviventi e compenetrantesi vicendevolmente, che hanno determinato ed influenzato le fasi storiche della vita in tutto il Mediterraneo. Queste tradizioni distinte, ma influenzantesi reciprocamente, generano occasioni commemorative, riti, rituali, cerimonie, suffragate dalla memoria e dalle molteplici occasioni di ricordo collettivo, dove le dimensioni angeliche della speranza costituiscono l'identificazione tradizionale e mitica con la collettività, che diviene dispensatrice di memoria al fine di contribuire alla positività nel genere umano.
La memoria che disturba
La memoria della Resistenza partigiana contro l’occupazione nazifascista in Italia e le deportazioni di prigionieri politici, dissidenti al sistema reazionario del regime Hitleriano costituisce un dato di fatto consolidato e suffragato da analisi storiche. Alcune frange intellettuali di matrice revisionista hanno voluto negare tutto ciò che concerneva la deportazione e la realtà del campo di concentramento: ossia il cosiddetto negazionismo storico.
Invece, il revisionismo storico può puntare l’accento sugli episodi, presunti di aspro disaccordo, tra i partigiani gappisti e gli Osoppo, insinuando un esasperato dissidio tra frange partigiane più estremiste (comuniste) e cattolici di carattere più conservatore. Una memoria importante è costituita dalla commemorazione delle stragi di atti terroristici, per esempio per mano delle Brigate Rosse che si definivano e si definiscono tuttora “comunisti combattenti”, in una seria e contrita analisi politica, chi si identifica con il primo appellativo, ma non ammette intenzioni e attentati stragisti e armati e di sovversione terroristica del sistema.
Il futuro della memoria
La memoria di un evento costituisce sempre lo sprone a ricordarlo nel tempo futuro, soprattutto se l’evento, o meglio, la memoria di esso comporta un portato valoriale motivante, un ideale molto significativo per la comunità civile e per la società. La Shoah, la Resistenza Partigiana al regime nazifascista sono avvenimenti dal portato emblematico, ossia costituiscono, nel valore del loro ricordo, tramite la commemorazione, un simbolo, una simbologia di codici di significato emblematici, che si rimandano (dal greco sum-ballo) di generazione in generazione, nella tradizione coommemorativa e celebrativa da parte della comunità e collettività sociale, che avviene e si esplicita tramite cerimonie, rituali, in luoghi della memoria, in ambiti di culto, dove si identifica il sacrificio della vita umana con la sacralità dell'evento: come, dal latino, sacer, ossia separato dall’usuale, dal consueto, dal comune trascorrere del tempo, quale avvenimento straordinario, ossia fuori dal normale, dal concepibile della giustizia, della morale e dell’etica umana.
La memoria ha futuro nel ricreare ambiti collettivi di riflessione e riproposizione di tematiche del conflitto, delle sopraffazioni, delle diversità fino a giungere a tramandare e concepire e riattualizzare il valore del dia-logos interreligioso ed interideologico, con risvolti sociali e politici, tramite il confronto tra varie realtà che racchiudono in sé i vari simboli, multipli e plurimi di tutto ciò che è diverso, di tutto ciò che è altro dalle “nostre” più radicate convinzioni.
Educare alla memoria
Un’interpretazione biblica sostiene che “se non ci fosse la dimenticanza l’uomo penserebbe continuamente alla propria morte”, non costruirebbe case, non si affaccenderebbe, non parlerebbe con gli altri e neppure amerebbe nessuno: perciò Dio ha posto nell'uomo l’angelo della dimenticanza. Per questo un angelo è incaricato di insegnare al bimbo, cosicchè non dimentichi nulla, ma un altro angelo è incaricato di chiudergli la bocca perché dimentichi quanto aveva imparato.
Anche da questa immaginazione esegetica si evince che le dimensioni angeliche non sono pertinenti solo alla memoria, ma anche all'oblio. L’angelico della memoria deriva principalmente da ethos, che ha la necessità di stabilire una continuità con il passato, mentre l'angelico della dimenticanza deriverebbe maggiormente da eros, che anela sempre ad un nuovo cominciamento, totalmente incurante della storia passata (per l’elaborazione del concetto di derivazione tra eros ed ethos, mi ricollego al pensiero dell’amico Baldo Lami).
La tradizione è perennemente sospesa nella scelta non di rado traumatica tra memoria e oblio. Parafrasando la litania dei tempi nel capitolo terzo del Qoelet si dovrebbe avvertire che esiste un tempo per fare memoria ed un tempo per astenersi dal ricordare. Il tempo della memoria si esplica perché quanto è accaduto non abbia mai più da accadere. Vi è un tempo dell’oblio per non vedersi inchiodati ad un passato che va superato e messo in discussione, per non farne un idolo pericoloso e dogmatico. Esiste un ricorso retorico all’appello alla memoria, oggi, molto diffuso. Si tratta di un riferimento spesso appunto puramente celebrativo, ornamentale, privo di reale mordente e scadente persino nel linguaggio adottato. E si presenta il rischio di diffondere talvolta in buona fede, la convinzione di una necessità di pacificazione sociale ottenuta al prezzo della smemoratezza, giungendo al punto di occultare le fonti storiche o di riabilitare i colpevoli trovando una colpa nel crimine. La memoria è un esile filo interiore che ci tiene legati al nostro passato, quello individuale, quello familiare, quello della società civile di appartenenza, in quanto risulta faticoso vivere in modo fecondo la relazione con il proprio passato, dato che si corre sempre il rischio di rimanere prigionieri di ciò che è trascorso, incapaci di superarne gli errori, ma anche subentra la tentazione di spezzare ogni vincolo con il passato, come se fossimo i primi abitatori di questo pianeta. Bernardo di Chartres, con un’immagine ormai celebre, diceva che gli uomini sono nani che camminano sulle spalle di giganti, che, fuor di metafora, sono le nostre storie, i successivi e contradditori volti del passato. E’ necessario il coraggio della memoria e non il culto asettico di quanto è accaduto. Comunque non tutto va ricordato in ogni momento di quanto ci è accaduto in termini di male, di sofferenza, di vicende traumatiche. Esistono avvenimenti di tale straordinaria complessità e grandezza che non li si dovrebbe ricordare in ogni momento, ma non li si dovrebbe nemmeno dimenticare: la Shoah è uno di questi accadimenti. La commemorazione rituale non solo è di scarsa utilità per l’educazione della popolazione quando ci si limita a confermare nel passato l’immagine negativa degli altri o la propria immagine positiva. Essa contribuisce anche a sviare la nostra attenzione dalle urgenze presenti, procurandoci una buona coscienza con poco investimento. La ripetizione lancinante del mai più questo, all’indomani della prima guerra mondiale, non ha impedito l’avvento della seconda. La memoria in crisi del secolo breve risale a partire dalla considerazione notissima, di solito citata anche in apertura di ogni riflessione, sulla rinascita della “Teologia narrativa” di Walter Benjamin. La caratterizzazione di questo secolo è appunto la problematicità, la difficoltà e addirittura l’impossibilità di scambiare esperienze e, a partire da questo, evidentemente, una messa in crisi forte della possibilità della memoria. La memoria in disfacimento può essere rappresentata dalla figura ripresa dallo stesso Benjamin del reduce dal fronte della prima guerra mondiale che torna a casa, ma non è in grado di proferire quanto gli è accaduto, perché l’esperienza, le emozioni belliche sono state troppo forti per lui e non trova le parole adatte per tradurle adeguatamente. Accanto al reduce dal fronte si può porre una figura letteraria di Borges, un racconto paradossale secondo cui un ragazzo dell’Uruguay, dopo una brutta caduta da cavallo, è condannato a rimanere paralizzato. Ma, per una sorta di compensazione, egli acquista la memoria di tutto ciò che è successo lungo la storia del mondo. Una memoria totalizzante e omnicomprensiva e proprio per questo inservibile, un deposito di infinito. Il reduce dal fronte e il ragazzo uruguayano sono emblemi dell’atrofizzazione dell’esperienza che rappresenta il tratto caratteristico della modernità, alla base della crisi della memoria, perché subentra un cambiamento incessante dal momento che non appaiono più configurabili né una tradizione, né una memoria collettiva e quindi punti di riferimento comuni e condivisi. Il reduce e il ragazzo sono i simboli contrapposti di un’umanità dalla voce inceppata, incapace di fornire storie di salvezza, impossibilitata a scrollarsi di dosso le ruggini della guerra, le ferite dell’odio, la rabbia impotente dell’ammucchiarsi insensato dei giorni. Del resto persino Dio, in qualche modo, è ammutolito di fronte ad Auschwitz e come ha affermato Adorno “La cultura e la stessa critica della cultura ad Auschwitz non sono altro che spazzatura”. Attualmente viviamo questo estremo paradosso di essere immersi in un mare magnum di stimoli, di informazioni, di notizie grazie ai mezzi informatici, ai musei, agli archivi, ai media, alla persino parossistica riproducibilità tecnica, però immersi in tantissimi ricordi ed in pochissima memoria, cioè poca capacità e strategia selettrice, scarsa riflessione critica rispetto a questo mare magnum di nozioni e informazioni. Quindi le distorsioni della memoria contribuiscono a produrre una sorta di imbarbarimento generale nelle relazioni interpersonali. Vi è un ricorso distorto alla memoria che in anni recenti ha condotto gli uomini del nostro tempo al conflitto etnico, alla ricerca di una impossibile e stupida purezza e superiorità razziale, ad un presunto conflitto di civiltà che assume sempre più, soprattutto dopo l'11 settembre, il sapore contraffatto di "una profezia che si autodetermina", ”l’apparente visione che la guerra possa essere concepita come “giusta" e subentra l’oblio di chi predica la xenofobia, dimenticando colpevolmente, come capita nel nostro Paese, quando, tutti i giorni, gli Albanesi, i profughi, i fuggiaschi, gli emigrati, gli stranieri e i dannati della terra eravamo noi, i nostri genitori, le nostre nonne, i nostri nonni. Così finiamo per confondere le cause con gli effetti e attribuiamo ad un presunto odio ancestrale le guerre tra due popoli, dimenticandoci, al contrario, che sono appunto le guerre a generare e a perpetuare l’odio. Ormai viviamo solo nell’attimo e nelle emozioni, bruciando e spettacolarizzando notizie e informazioni senza mai trovare il tempo e l’occasione di farne reale esperienza, di risponderne con responsabilità, di farne bagaglio utile per il futuro, producendo invece indifferenza, banalizzazione e retorica. In una stagione che i sociologi definiscono in preda all’incertezza più totale, caratterizzata da una memoria ormai in frantumi, che fatica a gestire il proprio ieri, in funzione di un odio aperto al domani, rischia di diventare un’impresa fallimentare e persa in partenza la sfida, pur necessaria di educare alla memoria. Non tanto quella retorica e rassicurante che mira a conservare lo status quo o quella purificazione e riconciliazione delle memorie che pretende la cancellazione di quanto avvenuto, un rischio ben presente agli occhi del teologo Mendes nella sua elaborazione di una teologia politica credibile nel contesto della modernità, tanto da fargli ammettere: ”La memoria sembra essere una controfigura borghese della speranza”, che ci dispensa ingannevolmente dai rischi del futuro. Ci si riferisce alla memoria del buon tempo andato per cui il passato viene inevitabilmente letto come un paradiso incontestato, un asilo delle illusioni attuali, in tal modo il passato viene filtrato attraverso il clichè della iniquità e il ricordo si trasforma in falsa coscienza, il nostro ieri e in oppio, il nostro oggi. Ma esiste un’altra forma di memoria che ci provoca e attraverso cui le esperienze antiche irrompono nel mezzo della nostra vita, regalandoci intuizioni nuove per il presente. Scrive Mendes: “Memorie che perforano il canone dell’evidente comunemente recepite, sabotano in qualche modo le nostre strutture di plausibilità e in questo modo possiedono proprio dei tratti sovversivi”. Dunque una memoria pericolosa ed eversiva, una memoria, quella cristiana non meno di quella ebraica, che contempla, in modo specifico, non tanto il ricordo di principi, idee, astrazioni, ma piuttosto rivive le storie, gli eventi, i fatti davvero accaduti, per cui la comunità che ne nasce si autodefinisce come una realtà narrativa e commemorativa: ecco la strategia del ricordo…quando è lecito pensare che il contrario di oblio non sia memoria, ma giustizia.
Una dimensione angelica potrebbe sanare l’antinomia esistente tra memoria e oblio, per cui se c'è l'una non può esserci l'altro, destinando l'uomo alla smemoratezza e alla ripetizione. Invece, l'oblio aiuterebbe la memoria a non cristallizzarsi, ma a riformularsi continuamente sulla base del presente, in modo che ram-mentare e ri-cordare significhino riportare sempre al vivente.
Le dimensioni angeliche della memoria e dell'oblio sulla scena della Shoah rappresentano tutto il portato valoriale della rimanente positività del presente che si autodetermina nel processo collettivo della com-memorazione, al fine di scongiurare l'abiezione umana, dove il diverso, l'emarginato, l'umile e il più debole, di cui tutti siamo parte, nel tessuto sociale e comunitario e nel mondo, vengano riabilitati dall’ethos della giustizia sociale, propugnata dai valori sanciti dalle carte costituzionali democratiche e dalla dichiarazione universale dei diritti umani, perché le tante Shoah che si ripetono ostinatamente e tragicamente nel mondo vengano scongiurate dall'angelo della memoria portatore di speranza in un domani di pace.
Note:
http://serenoregis.org/2012/01/le-dimensioni-angeliche-tra-memoria-e-oblio-sulla-scena-della-shoah-ricordati-di-ricordare/
http://www.peacelink.it/pace/a/35459.html
16:19
Scritto da: mangano1
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Anna Cascella Luciani, non ho sorelle
MOLTINPOESIA
Il blog del Laboratorio Moltinpoesia, Palazzina Liberty, L.go Marinai d'Italia 1, Milano
lunedì 23 gennaio 2012
Anna Cascella Luciani
non ho sorelle
da "La vita negli orli"
in "tutte le poesie 1973-2009"
I
non ho sorelle, mamma, di cui
scrivere di cappotti
sulla neve - una volta t'ho
detto "mi piacerebbe avere
un fratellino" ma non c'era
padre e tu - giustamente -
rimanesti male ma
non dicesti niente - com' era
tuo uso - tuo costume -
né alla bimbetta o ragazzina
poteva essere chiara allora
la ragione (il chiaro era
solo il mare di celeste -
i giochi sotto casa - l'erba
nel prato vuoto della guerra -
il freddo dei geloni e la tua
distanza- io piccola
in Abruzzo tu nel Lazio
dove insegnavi in una
elementare di San Polo e là -
grande - io abito a Roma -
dove sono nata nell' anno
di guerra 1941 - spesso
ho pensato di arrivare -
andare a vedere quella scuola
elementare - se ci fosse .
ancora ma non l'ho mai fatto
e a volte - in primavera -
qui a Roma - lo penso ancora -
qui a Roma dove morì sotto
una carrozza il tuo bisnonno
Domenico - il mio trisnonno -
venuto a Roma a cercare
lavoro dall' Abruzzo - così
raccontava tuo padre Alfredo -
il mio nonno - e diceva
che forse fu sepolto dentro •
il Verano - oltre San Lorenzo -
ma non trovò tombe né iscrizione
una volta che dall' Abruzzo
venne a Roma proprio
per ritrovarlo vivo
nella memoria in vita
che si ha dei morti - del chiaro
- dicevo - sapevo solo
1'arruffio delle creste
d'onda dell' estate - a Pescara -
tornati dallo sfollamento -
era il' 44 - scuola materna
poi - fino alla terza -
quella elementare alla Villa
Montani - requisita
dall'autorità comunale -
la quarta la feci in una scuola
statale in via Leopoldo
Muzi - tu insegnavi
nell'altra - quella del Lazio -
ma - a Pescara - nella casa
del glicine c'erano nonno
nonna e le tue sorelle -
conobbi subito i pini - sotto
casa - e i vasi d'erba
profumata che la signora
De Cinque aveva al terzo
piano - basilico - rosmarino -
lei e suo marito avevano
un negozio in via del Corso -
vendevano pane - salumi -
olio - il vino - questo
nella mia infanzia del dopo-
guerra ma ricordo anche -
forse un momento prima -
quando andavo con zia Enrica
in Corso Vittorio Emanuele -
anche lì un negozio di cui
ricordo il profumo forte
del pesce essiccato -
ed ancora le tessere da fine
della guerra - poi la ripresa
leggera ma migliore -
e al mare - con nonna sotto
l'ombrellone - io a nove
anni e una bambola - credo -
nelle braccia e negli orecchi
il grido della donna
che passava ogni giorno
sulla riva "Bombe calde
bombe calde" e la crema
- se nonna ne comprava una -
si scioglieva in bocca -
lo zucchero sulla pasta
della superficie rimaneva
attaccato sulle dita - poi
- più in là - sulla spiaggia -
quasi la ricchezza - "cocco
cocco - cocco fresco" era
il richiamo esotico rispetto
alla provincia - le noci
di cocco arrivate dai confini
aperti - il frutto del pino
- invece - nel parco sotto
casa che a me bambina pareva
il luogo dei segreti come
il mare alla fine della strada
misterioso per quella sua
estensione - per la vita
dell' acqua - i pesci -
le conchiglie - i pescherecci
- paranze e lampare - il porto
lontano nell'infanzia a piedi-
o forse in bicicletta -
la retta dei ricordi
fra le curve del tempo -
e delle onde)
II
e la vita della Topolino
la prima automobile con cui
arrivammo a Roma - zio Ugo
guidava - c'era zia Enrica
che aveva sposato tornato
dalla prigionia - il primo
uomo a stare nella casa
dopo mio nonno - e c'eravamo
- in macchina - mia madre
ed io - tra le montagne
in Abruzzo - le gole
di Popoli - le valli -
correva la Salaria dal bel
. nome che a me ancora
ragazzina ricordava il sale
del mare di Pescara
e lungo la via - andando
verso Roma - a sinistra
una casa grande - o era
una chiesa - affondava
nell'acqua - ci fermavamo
a guardarla - l'erba
cullata dalla superficie
del fiume - o cosa era? -
una falda affiorata -
acqua dai monti -la corrente
entrava dalla porta aperta -
abbandonata - molto più tardi
capii che era per me
una preveggenza d'Ofelia
come quel negozio - a Pescara -
che - con le tessere
di guerra e i generi
alimentari più importanti
mi sembrò - negli anni
del ricordo -la dispensa
di Robinson nell'isola - poi
ci fermavamo sempre
a Tagliacozzo a prendere
panini e ancora in viaggoe arrivava Roma - zio Ugo
era nervoso per le troppe
strade e credo
si ritornasse tardi di sera -
il buio delle curve ma
della città ricordo poco -
dove andavamo? cosa vedevamo? -
ricordo di più il Giubileo
del '50 -la partenza
presto sull'autobus
di mattina - nonno - nonna
una zia - c'è una fotografia
in Piazza San Pietro - a Roma
e la fontana - una delle due -
ma è da qualche parte - chi sa
dove - ricordo però il mio
sguardo verso quell'acqua
verticale - a Pescara
non c'erano fontane forse
perché bastava la tanta acqua
del mare ad abbellire macerie
e rovine della guerra - ricordo
di Roma dove dormimmo -
un luogo d'accoglienza
per i pellegrini - i letti
divisi da lenzuola tirate
come tende - un odore di spigo
di pulito - forse una casa
di suore - poi ho un ricordo
della Scala Santa dove tutti
andavano in ginocchio - forse
- prima -l'interno enorme
di San Pietro - ma il viaggio
soprattutto -1'andare verso
Roma dove - frequentavo
le medie - tornai con mamma
e la scoprii davvero
la città dov' ero nata - era
stato a Piazza Quadrata -
in una clinica che aveva nome
Sant' Anna - ma non sono mai
andata a ritrovarla eppure
ci sarò passata davanti
tante volte con la Circolare -
il 30 di un tempo che
c'è ancora e parte da Piazza
Risorgimento - con mamma
dormimmo in una casa
d'una amica del nonno -
nel quartiere Prati - dove
abito oggi - nel 2005 -
allora larghissimo - alberato -
era il '54 o il '55 -
il primo viaggio con mia
madre - andammo al Palatino -
lì un uomo si fermò a parlarle
mi sembrò quasi volesse
accompagnarla - poi scendemmo
lei ed io per i Fori - i Mercati
di Traiano - la Colonna -
le chiese quasi gemelle
lì di lato - il Colosseo
invece lo ricordo meglio
anni dopo - mio nonno
era venuto a Roma da Pescara -
il luogo di D'Annunzio
e di Flaiano - entrambi
di casa a Porta Nuova -
la cittadina vecchia - rimaste
con la guerra quattro strade -
ricordo verso sera a Roma
nonno contro il Colosseo
un poco illuminato - l'innalzarsi
degli archi contro il cielo
e un suo sguardo verso
di me - molto tardi capii
il significato per la famiglia
materna del mio venire
a Roma - un osare dove
qualche sorella di mamma
non aveva osato - abbandonare
il dovere dello stare -
del rimanere - del crescere
invecchiare lì nello stesso
luogo (ma io non avevo
un padre a Pescara
da lasciare - ero nata
a Roma - senza padre -
e a Roma volli ritornare
e a distanza di anni - ora
. lo penso - quasi fosse -
quello - un rientro nel primo
vagito che non sento)
III
il mio bisnonno si chiamava
Andrea - figlio di Domenico
morto a Roma sotto
una carrozza - per breve tempo
abitò nella casa dei glicini
a Pescara - tornati
dallo sfollamento - ho una
fotografia di prima della guerra -
vicino all'altra casa
saltata con la ritirata
dei tedeschi - era il '44
il giardinetto pubblico
c'è ancora - dalla strada
fino alla riviera - le tamerici
chiare a primavera - le palme
che poi il Comune prese
a riparare - a chiuderne
i ventagli nell'inverno
in cui il vento soffiava
forte dal mare - portando
. a riva conchiglie come doni -
a volte la neve sui mosconi -
lasciati sulla spiaggia
ad aspettare la prossima
stagione -lo ricordo
ammalato in una stanza
ma non la morte - non il funerale -
e so che quando entravo
mi diceva d'aprire un cassetto
del comò e mi regalava
delle arance - mandarini -
sfere preziose di quel
dopoguerra - è quasi
l'unico ricordo che ne ho -
lo ritrovai alla Cappella -
al camposanto alto
che guardava il mare - andavo
sempre là con una zia
nei giorni attorno ai primi
di novembre - la bisnonna
Enrichetta là
in fotografia - non ricordo
di lei niente - so solo quello
che mi raccontava nonna -
la stradina che andava
alla Cappella piena di lumi
di candele - i crisantemi
pesanti e le larghe
dalie - allora era lontana
la morte da me così bambina -
sembrava quasi una festa
la folla di zingare - lunghe
gonne - ori - coralli -
sulle tombe delle loro
famiglie - sulla destra -
nello slargo a sinistra
la fontanella dove andavo
a prendere l'acqua
per i vasi - si metteva
a posto l'altare - la tovaglia -
se la zia s'attardava
un poco facevo un giro
nei viali alberati di cipressi
guardavo le foto - le date
di nascita e di morte -
leggevo le frasi lasciate -
ma non credo capissi cosa
volesse dire - forse allora
mi pareva come un grande
libro - le parole -
le fotografie - e dopo
tanti anni mi resi conto
che era stato simile
in quel tempo ad uno Spoon River
trasportato -le città uguali
dei morti - di quelli
che a qualcuno furono cari -
c'era una tomba accanto
alla Cappella - senza
una scritta - senza alcuna
foto - solo dell' erba
e lasciavo sempre qualche
fiore - chi sa a chi - forse
all' abbandono - un senso
di mancanza - di sgarbo che fosse
così sola con le altre
curate tutt'attorno (la morte
lasciò in pace la famiglia
materna per molti anni -
fino al '68 - poi
si presentò tutta d'un colpo -
zia Enrica - aveva solo
47 anni - lasciò un figlio -
dopo i diciottanni - Alfredo -
nato quando avevo otto
anni - zio Ugo il padre -
lo zio dei viaggi a Roma
con la Topolino - raccontava
i dieci anni di prigionia
in India con gli Inglesi -
Alfredo chiamato a lungo
''Alfredino'' per distinguerlo
dal nonno - ne portava
il nome - da adulto diventato
paleontologo - quasi - troppo
presto perduta la vita
della madre - volesse
portare a vita vite
scavate)
*La poesia è a pag. 493 di Anna Cascella Luciani, tutte le poesie 1973-2009 ,Gaffi Editore, Roma 2011
16:05
Scritto da: mangano1
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Stefano Zangrando - IMPIANTI NARRATIVI IN VIA DI EVOLUZIONE
Stefano Zangrando - IMPIANTI NARRATIVI IN VIA DI EVOLUZIONE
pubblicatasu facebook da Vladimir D'Amora il giorno mercoledì 25 gennaio 2012
«Alice» di Judith Hermann, «Di passaggio» di Jenny Erpenbeck
e «La straordinaria carriera della signora Choi»
di Birgit Vanderbeke: tre romanzi diversi, che delineano
altrettante modalità esemplari della letteratura contemporanea

Tre autrici tedesche, tre modi diversi
di raccontare e, in comune,
il solo fatto di essere state
pubblicate nello scorso autunno da
tre piccole case editrici italiane. Eppure
le tre opere in questione rappresentano
forse altrettante modalità esemplari
della narrativa contemporanea.
Il predominio del «plot»
L’ultimo libro in ordine di apparizione
è di Birgit Vanderbeke, brandeburghese
oggi residente nel sud della
Francia, premio Bachmann nel 1990,
che da un paio d’anni ha trovato in Paola
Del Zoppo una traduttrice fedele e
di cui l’editore Del Vecchio pubblica
ora il terzo titolo consecutivo: La straordinaria
carriera della signora Choi
(pp. 128, euro 13) è, fin dal titolo, una
storia che fa appello alla curiosità del
lettore e al suo gusto per un «meraviglioso
realistico» che è anche il tratto
distintivo di tanto mainstream, non
solo libresco. E in effetti, l’attrattiva di
questo breve romanzo è soprattutto
nella story: all’inizio degli anni novanta
la signora Choi, sudcoreana, arriva
all’improvviso in un tranquillo paesino
del sud francese, dove si svela presto
la sua aspirazione imprenditoriale:
aprire un ristorante coreano dal nome
impronunciabile (per un occidentale).
È l’irruzione dell’imprevisto, del
nuovo, per di più esotico, che smuove
la piccola comunità di provincia dalla
sua secolare sonnolenza.
La signora Choi acquista una proprietà
dove coltivare i prodotti necessari
alla sua cucina, altrimenti introvabili,
sventando in tal modo, tra l’altro,
l’intenzione del governo francese di situare
nei paraggi le esercitazioni militari
dei droni. L’edificio del ristorante,
ricalcato sullo stile di uno dei maggiori
architetti giapponesi, risolleva poi il
morale e le ambizioni del locale architetto.
Insomma, un po’ alla volta la
sua impresa conduce l’intera località,
che i turisti prima frequentavano solo
d’estate, a un’insperata fioritura economica
– sennonché a un certo punto
le abilità della signora Choi paiono
prendere una piega meno candida: la
morte del giovane Marc, che fino a
quel momento la narrazione ci ha abilmente
presentato come uno stalker,
quindi un cattivo, un detestabile antagonista,
rende parte il lettore di un’opzione
che ai personaggi resta preclusa.
È la fascinazione del plot, dunque,
il predominio della trama e dell’empatia
di superficie su ogni altro elemento
del racconto, un esito sostenuto da
una scrittura scaltra e ironica, che si
vuole aggraziata, ma che non è sufficiente,
a conti fatti, a dissipare l’impressione
di una sostanziale esilità
d’insieme. La scarsa consistenza dei
personaggi pare dovuta, più che alla
deliberata levità dello stile, a un fraintendimento
delle sue possibilità, condite
da uno zelo persino maniacale,
da ricettario, nel restituire le competenze
culinarie ed erboristiche della
protagonista, mentre il nucleo tematico
derivante dall’incontro dell’esotismo
con imiti e le velleità della provincia
europea non fa di questo libro, come
vorrebbe l’editore, un ricettacolo
di «temi di pressante attualità sociale
e culturale». Il che, di per sé, non è necessariamente
un male.
Iniziazione alla morte
Opposta è l’intenzione che deve aver
animato la berlinese Judith Hermann
nel suo terzo lavoro in prosa, Alice (traduzione
di Gian Marco Angelucci, Socrates,
pp. 112, euro 9,50), uscito a pochi
anni di distanza dai racconti di
Nient’altro che fantasmi, pubblicati in
Italia dallo stesso editore. Anche in
questo caso la pretesa di quest’ultimo
è falsante, poiché non è vero quel che
si legge nel comunicato stampa, e
cioè che il libro «si inserisce con leggerezza
nel topos letterario di eros e thanatos
». Di topico, in realtà, nelle cinque
variazioni sulla perdita che sono i
racconti di questo libro, c’è ben poco:
la morte non nasce qui da nessuna
pulsione,madalla sommessa ineluttabilità
di una sorte naturale, mentre
l’amore ne esce come un’ancella debole,
subordinata giocoforza, priva di
velleità ultrabiologiche. A dominare è
invece una sobria tristezza, un pathos
sommesso che la scrittura si sforza di
oggettivare, anche a dispetto dei probabili
spunti autobiografici, in un realismo
malinconico e partecipe, che pare
rispondere essenzialmente alla necessità
di far fronte alla sottrazione di
senso provocata dall’altrui scomparsa:
«Fare ordine, aveva qualcosa a che
fare col sistemare, il riordinare, con il
desiderio di sapere quali ipotesi si sarebbero
potute accantonare per il futuro
e quali ancora no».
I racconti sono intitolati con i nomi
dei personaggi maschili di cui narrano
la fine, e qui di concessioni al piacere
della story se ne constatano ben poche:
la narrazione in terza persona è
condotta piuttosto, entro la cornice
breve di una fase terminale o già di lutto,
tra descrizioni vivificate da un uso
abile del dettaglio, rammemorazioni
riflessive e dialoghi sul limitare, a intessere,
più che una storia, una rete di
relazioni affettive – tra chi muore e chi
resta, certo,ma anche tra le stesse sopravvissute,
tutte donne o quasi.
A prendere corpo, dunque, più che
una trama, è una struttura e con essa
un orizzonte esistenziale, il cui compimento
si delinea progressivamente intorno
alla vera, seppur indiretta protagonista
del libro: quell’Alice che dà il titolo
al volume e la cui molteplice iniziazione
alla morte, dopotutto, non è
che l’itinerario doloroso verso una maturità
che, di fronte alla tentazione della
reliquia, è anche consapevolezza
della propria appartenenza a un destino
comune: «Leggerle adesso le lettere
o dopo, o non leggerle affatto. Qualunque
cosa ci fosse stato dentro, nulla
sarebbe cambiato. Ma avrebbe aggiunto
qualcosa, un anello in più intorno
ad un centro costante e inconoscibile.
Alice strinse le lettere con più forza.
«Sono solo una persona tra le tante
» pensò, e si perse negli atri invernali,
freddi, magnifici della stazione, tra
tutti gli altri e tutte le diverse, possibili
destinazioni».
Desiderio di pace
Ora, se da un lato le malie del plot, sorrette
da uno stile brillante, fanno leva
su un fondo antropologico pre-romanzesco,
su quel sostrato atavico e mitopoietico
in cui affonda il nostro bisogno
di storie, il trattamentominimalista
di una materia esistenziale ad alto
peso specifico come la morte pare nascere
da una scelta addirittura opposta,
da un grado zero della narrazione
che, di fronte all’evento ultimo, spoglia
quest’ultima di ogni residua pretesa
incantatoria. In entrambi i casi, tuttavia,
ciò di cui si nota la mancanza è
quel respiro transepocale che sempre
deriva, nell’arte romanzesca, dall’incontro-
scontro dell’individuo con la
Storia – un aspetto, quest’ultimo, che
invece è assai sviluppato nell’ambizioso
e spiazzante Di passaggio di Jenny
Erpenbeck (traduzione di Ada Vigliani,
Zandonai, pp. 168, euro 13). Nominato
tre anni or sono per il Deutscher
Buchpreis, questo romanzo è il quinto
lavoro dell’autrice e regista berlinese
classe 1967 che, nei suoi studi teatrali
a cavallo della Wende, si avvalse
tra l’altro delmagistero di Heiner Müller
– dal quale ha forse ereditato un
certo gusto della «scomposizione».
Il titolo originale dell’opera, Heimsuchung,
esprime la ricerca e il bisogno
di un luogo in cui sentirsi «a casa
», e il suo centro tematico e narrativo
è esattamente questo: un terreno
in riva a un lago del Brandeburgo che,
con l’edificazione di una residenza di
villeggiatura e nel corso di circa un secolo,
diviene luogo di vacanza o ritiro
per diversi personaggi variamente legati
fra loro, a ognuno dei quali è dedicato
un capitolo e che, ciascuno a suo
modo, pur entro vicende personali segnate
dai grandi eventi storici della
Germania del XX secolo – Weimar, la
Shoah, la Seconda guerra mondiale, il
socialismo reale, il Muro e il suo crollo
–, vi placa temporaneamente il proprio
anelito di pace e appartenenza.
A pochi è concesso un nome proprio,
la maggior parte è designata da
una funzione: «il possidente», «l’architetto
», «il produttore di tessuti», e questo
anonimato è condiviso con l’unico
personaggio ricorrente, «il giardiniere
»: una figura dallo spessore mitico,
che fin dall’inizio appare come l’unica
davvero vicina, anzi tutt’uno con la natura,
con la sua imperturbabilità e il
tempo circolare delle stagioni.
Prima ancora del giardiniere, tuttavia,
è il prologo a imporre in termini
radicali il contrasto tra Storia e natura
sui cui l’intera opera è imperniata: qui
lo stile protocollare dell’autrice si corazza
ulteriormente nel registro già
quasi scientifico con cui in due pagine
è narrata la preistoria geologica del
luogo, una premessa fin troppo esplicita
sull’insignificanza, nei tempi lunghi
delle ere terrestri, del mondo civilizzato
in cui si svolgerà la singolare
polifonia del romanzo.
Una saggezza disincantata
Un simile scrupolo terminologico forgia
peraltro le pagine ricorrenti sul lavoro
del giardiniere, a dimostrazione
che qui, diversamente dall’uso meramente
tematico che del linguaggio settoriale
faceva Vanderbeke, la lingua è
tutt’uno con la narrazione nel fare da
cerniera tra natura e cultura, tra il corso
perenne del bios da un lato e lo
splendore e la miseria della storia
umana dall’altro. Allo stesso modo il
secondo capitolo, dedicato al primo
possidente del terreno e alle sue figlie
– la più giovane delle quali impazzisce
e si suicida nel lago, favorendo la vendita
del terreno al proprietario che vi
costruirà la casa –, è narrato con tratti
fiabeschi volti a restituirne il carattere
ancora «pre-storico», precedente cioè
l’insediamento umano, e la lingua asseconda
questo intento riportando
con una sfilza di congiuntivi iussivi i riti
e le superstizioni che accompagnano
il matrimonio in una società rurale
d’altri tempi.
La componente popolare, del resto,
si annunciava già nella terza citazione
in epigrafe al testo, il proverbio arabo
che recita «Quando la casa è finita, arriva
la morte» e che si staglia come
un’ombra di disincantata saggezza
lungo l’itinerario storico incarnato dai
vari personaggi. È quanto basta, d’altra
parte, a indovinare fin da subito
che è proprio la casa la vera, inconsueta
protagonista del libro, questa presenza
più umana degli uomini, arte e
sopravvivenza in uno, animata da gesti
e parole le cui tracce si conservano
anche proprio grazie alla memoria di
chi legge, componendo un po’ alla volta,
sì, una trama, una rete di relazioni,
una vicenda sovraindividuale – ma
non solo.
Il fatto è che il romanzo, pur così
elaborato, si avvale comunque delle facoltà
empatiche dell’autrice nel favorire
la nostra immedesimazione con i
personaggi, la cui rotondità scaturisce
da un uso sapiente del discorso indiretto
libero e, soprattutto, dal fatto
che essi consistano soprattutto di
esperienze trascorse e del ricordo di
queste. Ed è proprio nel ricordo che
pare annidarsi la loro «casa» identitaria
più incrollabile: sia che esso ingeneri
sensi di colpa, come nell’architetto
per aver esteso la proprietà acquistandone
una parte sottocosto ai vicini
ebrei costretti ad abbandonarla dopo
le leggi razziali, o nella scrittrice
che nell’esilio russo durante il nazismo
rifiutò di aiutare una conoscente
in cerca di nascondiglio, sia che in essi
siano riposti segreti mai svelati, come
accade alla moglie dell’architetto nascosta
nell’armadio a muro durante
l’occupazione russa.
L’opera nel suo farsi
Sono storie di colpa e tradimento, che
poco o nulla hanno di consolante e
che si svelano come tali, come «storie
», non grazie all’artifizio del plot, né
in virtù di quel potenziale di significazione
e compiutezza che la narrativa
trae dalla morte del personaggio, ma
grazie a quell’imperativo interno alla
scrittura romanzesca che è la forma.
Erpenbeck, cioè, non avrebbe mai
potuto accontentarsi di un impianto
narrativo tradizionale, che pure, in linea
teorica, le avrebbe permesso un
diverso respiro epico e forse anche
una maggiore leggibilità. L’impressione
è invece che abbia ascoltato l’opera
nel suo farsi – la sua «primavoltità»,
per dirla con Bobi Bazlen –, conferendole
via via l’architettura originale che
la materia invocava unitamente alla
tensione stilistica. E questo modo di
procedere, in fin dei conti, non è tanto
una «terza via» della prosa narrativa,
fra story e indugio, quanto la sola via
in grado di rigenerarla.
15:37
Scritto da: mangano1
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